Questo sito prevede l‘utilizzo di cookie, anche di terze parti. Continuando a navigare sul sito si considera accettato il loro utilizzo. Ulteriori informazioni

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 

Un’imponente torre diroccata spicca nella valle dei monti Dauni attirando la nostra attenzione, un passato da scoprire, degli avvenimenti da ricomporre e un periodo storico da studiare ci attendono nel territorio pugliese che viviamo.

Attraverso il sito archeologico di Montecorvino, a 3 km dal comune di Motta Montecorvino in provincia di Foggia, avremo modo di conoscere l’applicazione di metodi geo-fisici in campo archeologico, a cosa servono e quale principio fisico utilizzano.

Il sito archeologico di Montecorvino è testimonianza di un villaggio medievale abitato tra il XI e il XV secolo. Una torre di vedetta facente parte del sistema difensivo della città e le cospicue rovine di una cattedrale identificano lo scomparso insediamento rappresentando i perni fondamentali da cui gli archeologi sono partiti alla ricerca di ulteriori strutture e indizi che ne hanno ricostruito la storia. La ricostruzione storica è sempre un affascinante grattacapo per gli esperti che ci lavorano, che spesso, oltre alle numerose conoscenze e ricerche storiche e territoriali, si avvalgono di strumentazioni scientifiche che permettono di trarne dati rielaborabili trasversalmente.  

Dal 2006 il Dipartimento di Scienze Umane dell’Università di Foggia ha avviato un’indagine sul sito di Montecorvino che hanno portato alla scoperta di diverse aree evolutesi nei secoli. È così che si è venuti a conoscenza dell’area castrense con la sua natura strategico-difensiva, un’area episcopale caratterizzata da un edificio ecclesiastico e l’area dell’abitato con isolati ed edifici stretti, allungati e paralleli, costituiti da murature in pietra e coperti da tetti in laterizio.

Torre di Montecorvino (FG)

Area episcopale di Montecorvino (FG)

Ma come si è venuti alla scoperta di tutto questo? Si è scavato in lungo ed in largo, alla cieca, alla ricerca di un possibile indizio?

La risposta è negativa, poiché diverse strumentazioni studiate negli anni per tali scopi permettono oggi di indagare il territorio senza distruggerlo. Per tale principio il metodo di cui parleremo rientra tra i metodi non distruttivi che permette di riconoscere la presenza di strutture naturali e antropiche sepolte.

I metodi impiegati possono essere diversi, ma tra questi uno spicca maggiormente trovando applicazione anche in questo particolare settore: il georadar o Ground Penetrating Radar (GPR).

Funzionamento del georadar - 4 spostamento dell'operatore, 3 invio delle onde elettromagnetiche nel terreno, 2 oggetto presente nel terreno (discontinuità), 1 onde elettromagnetiche riflesse.

Il metodo utilizza la propagazione di impulsi elettromagnetici ad alta frequenza per identificare le discontinuità presenti nel sottosuolo. Le onde elettromagnetiche, inviate nel terreno, subiscono delle riflessioni appena incontrano superfici che separano due mezzi che si differenziano per le loro caratteristiche fisiche. Un’antenna di ricezione ha il compito di captare le onde riflesse, inviate dall’antenna di trasmissione, costituendo così la strumentazione maneggiata da un operatore che a velocità costante si muove sul terreno e, scansionando diversi profili, costruisce una panoramica di quello che si cela nel terreno. Il metodo si affida alle diverse caratteristiche fisico-elettriche dei mezzi attraversati valutando la massima velocità di propagazione nell’aria, attenuata fortemente dall’acqua dolce (umidità).

La metodologia è impiegata negli ambiti più disparati, per la facilità di applicazione e per l’efficacia.

 Dott.ssa Maria Rosa Borraccino

(diagnosta e conservatrice dei beni culturali)